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Drumming in progress: intervista a Dario Ciccioni

"Dario Ciccioni è giovanissimo e suona metal da paura, con personalità e musicalità. È il nostro metallaro del futuro." Così scriveva Christian Meyer nel 2007 a proposito di uno dei batteristi più promettenti tra le nuove leve italiane.

Nel frattempo il futuro è diventato presente e Dario Ciccioni non ha mai smesso di confermare, un disco dietro l'altro e concerto dopo concerto, che il Batterista Bobo ci aveva visto giusto. Nato nel gennaio del 1984 a Novafeltria (RN), una laurea in Biotecnologie conseguita nel 2006, Dario ha molto da dire come uomo e musicista e lo fa sempre in maniera impeccabile, con modestia, intelligenza ed equilibrio. Le registrazioni del terzo lavoro dei Twinspirits ci offrono lo spunto per sapere qualcosa di più su di lui e i progetti che lo vedono coinvolto tra Italia e Germania.

Dario, a quando risale il tuo primo incontro con la batteria? E quali sono stati i momenti salienti nella storia della tua formazione musicale?

La curiosità per il ritmo e le percussioni è sempre stata parte di me. Ho imparato a coordinare mani e piedi su un piccolo drumkit giocattolo prima ancora di imparare a leggere e scrivere. Ho iniziato a prendere le prime vere lezioni da un insegnante privato all'età di 11 anni. Le lezioni toccavano diversi argomenti, dal puro rudimento all’applicazione di pattern moderni, accompagnati dalla lettura e trascrizione di intere canzoni. Parallelamente ho sempre avuto la fortuna di suonare in diverse formazioni con le quali poter applicare gli insegnamenti che man mano apprendevo, costruendo il mio piccolo bagaglio di esperienza in giovanissima età. Questo credo sia stata una grandissima e determinante fortuna, sia perchè mi ha permesso di non annoiarmi (sappiamo quanto può essere frustrante lo studio dei rudimenti fine a se stesso...) e nello stesso momento mi ha esposto da subito alle problematiche classiche del palco, che raramente vengono trattate durante le lezioni.

Analizzando il tuo approccio allo strumento si percepisce chiaramente quanto Deen Castronovo sia stato per te una grande influenza...

Hai ragione! Lo stile di Deen è una fonte inesauribile di ispirazione per me: abbiamo lo stesso concetto di drumming. Ma al contrario di quanto possa sembrare, i miei riferimenti sono molto trasversali. Oltre ad essere legato a batteristi heavy (vedi appunto Castronovo, Haake, Hoglan), trovo sempre molto stimolante analizzare i maestri del groove, indipendentemente dal genere. Adoro il volume di John Bonham, la musicalità di Keith Carlock, lo stile irriverente di Adam Deitch, il trasporto di Steve Jordan... e da tutti rubo qualcosa...

La tua carriera musicale è caratterizzata dal legame quasi simbiotico con Daniele Liverani: quando e come è nata la vostra collaborazione?

L'incontro tra me e Daniele è stato assolutamente casuale. Era il 1998 e mi trovavo ai Fear Studio di Alfonsine a registrare una demo con la prima prog-band in cui ho militato, gli Opera. Daniele abita a poche centinaia di metri dallo studio e spesso ci trascorre un po’ di tempo libero ad ascoltare qualche band emergente. Il caso ha voluto che un giorno passasse proprio mentre stavamo registrando e si interessò subito alla band e a me, all’epoca quattordicenne. Mi contattò poco dopo e iniziammo a trovarci ogni domenica per suonare e registrare idee. Dopo circa sei mesi avevamo più di un’ora e mezzo di demo su cui lavorare! Da lì è nato Daily Trauma, il disco strumentale che ha poi visto la luce nel 2004, e sulle stesse sonorità è nata tutta la trilogia Genius.

Daily Trauma e Genius non sono gli unici progetti ai quali avete dato vita. Negli ultimi anni si sono aggiunti anche Khymera e Twinspirits. Ce li descriveresti iniziando con il presentarci i musicisti coinvolti? Inoltre come cambia, se cambia, il tuo approccio in questi dischi a volte anche decisamente diversi tra loro?

Twinspirits e Khymera sono due progetti nettamente diversi sotto tanti aspetti. Il progetto Khymera nasce dalla volontà di Frontiers Records di coinvolgere una voce storica come Steve Walsh in uno studio-project in stile tipicamente AOR. I pezzi erano già stati selezionati tra un catalogo di demo di cui l'etichetta era già in possesso e Steve si è rivelato da subito interessato alla cosa, nonostante fosse a sua volta al lavoro su un album solista. Così Frontiers ha chiamato Daniele per sapere se il team di Genius fosse interessato a registrare la musica per questa release, e abbiamo ovviamente accettato. Nonostante Khymera non sia una band, ma uno studio-project, sono molto fiero di parteciparvi e le soddisfazioni non sono state poche nel corso degli anni: la prima release con Steve Walsh, in cui due brani portano la firma di Giorgio Moroder, la seguente collaborazione con Dennis Ward (Pink Cream 69) alla voce e alla produzione (e anche al basso nell'ultima release), il reclutamento di Tommy Ermolli alle chitarre, e non da ultimo i dati di vendita dei tre album pubblicati che nonostante il periodo tutt'altro che roseo sono sempre soddisfacenti. Tantissimi fan chiedono a gran voce un debutto live per questo progetto... dal canto mio spero di poterli accontentare presto! Twinspirits invece è una vera band, nata dall'incontro tra me, Daniele Liverani, Tommy Ermolli e Alberto Rigoni. Al microfono lo svedese Goran Nyström ha sostituito Søren Adamsen nel 2008 (ora in forza nella reunion degli Artillery). È questa la formazione che sta lavorando alla terza release.

Veniamo ora proprio al nascituro terzo capitolo dei Twinspirits, che vi vede in studio in questo momento: che strumentazione hai utilizzato per le session?

Questa volta ho scelto un set "ibrido", composto da fusti Sonor Delite (cassa 22"x18", tom 10" e 12", timpano 14") e Tama (timpani 16" e 18") a cui ho aggiunto un rullante in acero DW 14"x5". Sono riuscito a montare entrambi i tom davanti a me, leggermente spostati a sinistra per lasciare spazio al ride. Ho poi sistemato i timpani da 14" e 16" alla mia destra e il timpano da 18" a sinistra. Per quanto riguarda i piatti, tutti rigorosamente Paiste, ho usato un ride Dark Energy Mark II 21", un hh Signature Medium 14" e un Alpha Sound-edge 14", crash Alpha 18" e 20", china Alpha 17" thin e 18", e un trash-set composto da un china Alpha 16 con sopra uno splash da 8" rovesciato. Da qualche anno mi sono abituato a utilizzare anche in studio un sistema in-ear monitor invece delle classiche cuffie e devo dire che questa soluzione mi permette di lavorare con volumi molto controllati e meno stress. Utilizzo un sistema Shure composto da auricolari SCL5, molto isolanti e con un'incredibile risposta in frequenza, e dal bodypack P2R, che grazie al limiter integrato mi salvaguarda da eventuali picchi di volume. Questo setup mi garantisce un ottimo ascolto e fa molto felici i fonici che non devono più preoccuparsi dell'eventuale rientro del click nei panoramici.

Continuerete sulla strada tracciata con i precedenti The Music that Will Heal The World e The Forbidden City o le nuove composizioni se ne discosteranno stilisticamente?

Anche se indubbiamente c'è una certa uniformità stilistica tra i tre album, credo che si avverta in questo nuovo lavoro una maturità maggiore sia per quanto riguarda la stesura dei brani, ora più diretti e "live oriented", sia a livello di scrittura delle parti. Mi spiego meglio, portando ad esempio proprio il mio strumento. I brani degli album precedenti sono stati scritti in sala prove e le parti di batteria sono nate spontaneamente improvvisando col resto della band. Questo approccio dona al sound della band una certa compattezza, ma inevitabilmente ci si ritrova a suonare idee già radicate nel proprio stile. Per questo disco invece ho lavorato diversamente. Sapendo che non avremmo trovato il tempo di riunirci in sala prove assiduamente, abbiamo deciso di lavorare "a distanza", per cui ho scritto tutte le mie parti utilizzando un sequencer MIDI. Anche se può sembrare paradossale, scrivere pattern e fill sulla griglia di un sequencer mi permette di concentrarmi molto di più sul resto degli strumenti e di comporre parti che altrimenti non avrei mai pensato.

Un disco molto interessante nella tua discografia è The Glorious Sickness degli empYrios, forse il più duro che tu abbia mai registrato: ci racconteresti qualcosa di quell'esperienza?

Oltre che appassionato di progressive, sono sempre stato un fan di band quali Meshuggah, Fear Factory, Rammstein et similia, per cui quando mi è stato proposto di entrare a far parte di una band come empYrios, il cui genere è un'ottima sintesi di prog, trash ed elettronica, ho pensato che mi sarei di certo divertito! Quando sono arrivato nella band, i pezzi di The Glorious Sickness erano già scritti e pronti per essere registrati per cui non ho fatto altro che studiare (sodo!) e andare in studio a sudare. Il vantaggio di farsi produrre da un membro della band (Simone Mularoni è anche un fonico eccezionale, oltre che chitarrista e mastermind della band) è che si ha ben chiaro da subito il risultato che si vuole ottenere e si lavora al 100% in un'unica direzione. Questo ha permesso di registrare tutte le parti di batteria in soli 2 giorni e di completare il disco in meno di due settimane. Il leitmotiv di questa produzione è stato "creare un muro sonoro", anche a costo di rinunciare alle dinamiche, motivo per cui ho suonato delle take sempre "a tutto volume", prediligendo la precisione e la potenza. Questo, unito alle ritmiche portentose di basso e chitarra e all'apporto di sequenze elettroniche ha dato vita al nuovo sound empYrios.

Su quali argomenti e concetti stai studiando attualmente?

Ultimamente sto mantenendo un'attività live molto eterogenea. Continuo a spostarmi tra Italia e Germania per seguire le mie band ma mi concedo di accettare ingaggi di ogni tipo, dalla cover band rock alle collaborazioni con cantautori. In questo modo riesco ad avere una visione più ampia dello strumento e soprattutto tengo lontana la noia da routine. Contemporaneamente mi dedico all'insegnamento privato nel mio studio: pochi allievi che riesco a incontrare singolarmente e con scadenza settimanale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

A partire dal 25 settembre sarò in tour insieme a John Macaluso (ARK, Y.J. Malmsteen, James LaBrie) per una serie di clinic in giro per l'Italia. Troverete tutti i dettagli anche su questo portale. John ci parlerà soprattutto dell'album Burn The Sun degli ARK (considerato da molti uno degli episodi prog-metal più interessanti dell'ultimo decennio), ma anche di argomenti tecnici tratti dal suo libro Repercussions e di vita on the road in generale. Credo sarà un evento molto interessante e un po' fuori dagli schemi! Coglieremo l'occasione anche per far conoscere nuovi prodotti offerti dai nostri sponsor, GMS drums, Paiste, Vic Firth e Evans. Per quanto riguarda l'autunno sarò ancora impegnato per qualche data con gli Hartmann, e probabilmente torneremo in tour anche con i Twinspirits. Entro la fine dell'anno rientreranno in studio anche gli empYrios per dar vita alla terza release, ma spero avremo modo di riparlarne!

1 commento

lo conoscevo solo di nome! ho cercato qualche ...

lo conoscevo solo di nome! ho cercato qualche video! micidiale! inoltre è giovanissimo e ho appena appreso che è pure laureato..grazie per l'articolo!

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