Vuoi fare un piccolo ritratto dei Tombstones?
Entrai a fine ‘68, ma il gruppo esisteva da un paio d’anni. Prima di me alla batteria c’era Fred, il falegname (ride) e sono rimasto nel gruppo oltre dodici anni. Eravamo un quartetto: i fratelli Angelo e Paolo Manfredini, rispettivamente organo e basso ed entrambi cantavano, Italo Cremonini alla chitarra e io alla batteria. A un certo punto il nostro impresario Milli consigliò di inserire nel gruppo un cantante e prendemmo Iskra Menarini (solista e corista di Dalla -nda) diventando così un quintetto che…
…lascialo dire a me, un quintetto che picchiava duro nelle sale con Hendrix, Jeff Beck, Brian Auger & Julie Driscoll, Janis Joplin, Iron Butterfly, tra gli altri, rispetto ai complessi più soft che ondeggiavano tra canzoni beatlesiane, Wilson Pickett e rock italiano.
Il nostro repertorio andava dal beat della prima ora, Beatles, Stones, a ciò che hai ricordato fino a Vanilla Fudge, King Crimson, Led Zeppelin, Cream, Deep Purple.
Indimenticabili i pomeriggi festivi allo Spartaco per ascoltare le vostre esecuzioni di Hush (Deep Purple) o Born To Be Wild (Steppenwolf) eccetera, in cui spiccava il tastierista, e Manfredini era il migliore in circolazione. Gli aspiranti orchestrali presenti restavano incantati dicendo “la fanno uguale al disco!”
Cacchio, hai grande memoria. E’ stata una grande stagione con un’infinità di locali da ballo, Sporting Club, il locale del severissimo Pardera che era un punto d’arrivo delle orchestre e lì suonavano i migliori, Andrea Mingardi, Piergiorgo Farina, Junior Magli, Marzio, Paolo Zavallone e poi alcuni di questi giravano anche al Sirenella, Parco Verde, Candilejas, Vallereno e in seguito al Piro Piro, Pick Pack, Bataclan.
Vuoi ricordarci qualche momento importante dei Tombstones, gruppo che i fan e gli addetti ai lavori ritenevano più meritevole di altre band (Pooh compresi) di sfondare a livello nazionale, e invece…
Eravamo arrivati molto vicini al nostro sogno, ma non ci siamo riusciti. Partecipammo al Festivalbar, realizzammo due 45 giri, uno si chiamava Maledentro e cantava Sara Janes. Ma i due fratelli Manfredini, bravissimi ma problematici, avevano diverbi con tutti e decisero di lasciare la musica e così è andato tutto a p… Questo per dire che il carattere di una persona può influire anche sul successo o meno di una band.
Lasciamoci andare ai Sessanta Settanta, ricchi di ricordi che ti porti dentro. Chi erano i batteristi bolognesi di riferimento.
Io sentivo parlare di bravi insegnanti come Ubaldo Rivi, Oppi oppure Ottomano, ma sinceramente non li ho mai sentiti suonare perché oramai davano solo lezioni. Rivi aveva suonato nelle compagnie di teatro, Oppi veniva dal classico. Ma quelli che tenevano la bandiera batteristica giovanile locale eravamo un gruppo formato da Vittorio Volpe, Roberto Poli, Angelino, Palella, poi sono arrivati il precisissimo Gabriele Melotti, (spostandosi a Milano e scegliendo di fare il turnista, ha fatto molta strada), Daniele Tedeschi, Giovanni Pezzoli; ognuno lavorava perché erano tempi d’oro per la musica da ballo, un po’ di competizione sì, ma sana.