Durante il sound check ho sentito alcuni brani basati molto su groove e ritmi funk.
Si tratta di fusion, una combinazione di più stili musicali. Spesso quando si sente la parola fusion si pensa a qualcosa di rumoroso o difficile, ma alla fine si tratta di mettere insieme buona musica per creare grande musica. Quello che cercheremo di fare questa sera sarà innanzitutto espandere il target del nostro pubblico: cercheremo di fare in modo che ci siano più giovani che ascoltano musica jazz e fusion, di acquisire nuovi fan e far conoscere al maggior numero di persone il jazz contemporaneo. Come musicisti jazz il nostro compito è girare il mondo e rendere la nostra musica più accessibile al pubblico.
Quali sono gli stili a cui avete attinto?
Direi che ci siamo sostanzialmente basati sul jazz. Si tratta di jazz-fusion, perché usiamo soprattutto elementi melodici e armonici della tradizione jazzistica, ma il genere è basato molto su grooves di ispirazione funk e R&B. Molto spesso la gente quando sente la parola jazz pensa a un genere difficile o noioso, a cose da vecchi. Ma io vi dico: non abbiate paura del jazz! Aprite le vostre orecchie e abbandonatevi all’ascolto. Molti jazzisti sono musicisti formidabili e c’è molto da sapere e imparare. Naturalmente ci sono anche molti elementi di musica latin.

Mi piacerebbe chiederti della Bay Area. Solitamente in Europa quando si pensa agli Stati Uniti il riferimento musicale più immediato è quello di New York, e spesso ci si dimentica della grossissima tradizione e cultura musicale della West Coast. Puoi dirci cosa sta succedendo al momento in California?
La Bay Area è sempre stata un luogo di riferimento e di fondamentale importanza in termini di creatività. Al momento vorrei ricordare Raphael Sadiq, un cantante R&B che negli ultimi anni ha prodotto degli ottimi dischi; è originario della Bay Area e ha cominciato la carriera come cantante della band Tony, Tony, Tony, con la quale ha registrato pezzi divenuti molto popolari negli anni Ottanta e Novanta. Esiste poi una vera e propria discendenza di musicisti ispirati dal grandissimo Prince. Vorrei anche ricordare una band di qualche anno fa chiamata Graham Central Station, il gruppo di Larry Graham, il primo bassista degli Sly and The Family Stones.
Quindi questo è il tuo background, la musica alla quale hai fatto riferimento e che ancora oggi più ti ispira?
Yehaaa… E questa è tutta grande musica. Tutti I nomi menzionati sono di band nate e cresciute in California attorno alla Bay Area e Los Angeles. Anche quelli che sentirete questa sera sono musicisti che vivono e lavorano in California: Jeff Lorber (tastiere), Jimmy Haslip (bassista degli Yellow Jackets) ed Eric Marienthal (sassofoni) vivono tutti nelle zone limitrofe a Los Angeles ed ora eccoci qui, alla conquista dell’Italia.

Vorrei chiederti dei tuoi studi.
Ho intrapreso lo studio della musica presso il Junior College, dove ho appreso le basi dell’armonia, del piano e del solfeggio. Allo stesso tempo ho seguito anche lezioni private di batteria con Bill Naroky, un ottimo insegnante, il quale spesso durante le lezioni invece di riempirmi di cose da studiare suonava con me, cercando una forma di interscambio tra allievo e maestro. Anche nella mia famiglia gli stimoli non sono mai mancati. Mio fratello suona le tastiere, mio padre suonava la batteria anche se non professionalmente e coltivava una profonda passione per la musica e per i dischi. Ricordo che ogni sabato mattina, giorno di vacanza dalla scuola, venivamo puntualmente svegliati dalla musica di Stan Kenton e Count Basie.
Sono convinto che lo studio accademico sia molto importante: la conoscenza dei fondamentali accresce le opportunità di lavoro.
E quanto è importante imparare dai dischi?
Tantissimo, ma ogni metodo per imparare è comunque buono. In California esistono delle grosse associazioni di batteristi che organizzano vere e proprie jam session dove tre o quattro batteristi alla volta si ritrovano insieme per suonare e imparare. Ci sono anche un sacco di giovani afroamericani che provengono dalle band gospel locali che si ritrovano per scambiarsi idee e crescere insieme. Naturalmente studiando dai dischi c’è la possibilità di conoscere tutti i veri pionieri dello strumento: è tutto là, documentato. Naturalmente ora ci sono ancora più possibilità grazie all’uso di Internet, per non parlare di You Tube.

Ho letto di recente in una tua intervista che vedere Tony Williams dal vivo fu anche per te un’esperienza scioccante e decisiva.
Semplicemente lo adoro e mi manca immensamente. Come ben saprai, è morto da molti anni, ma credo che la sua musica rimanga un'immensa fonte di ispirazione per molti musicisti. Le registrazioni con il quintetto di Miles, fatte quando lui era poco più che sedicenne, sono ancora oggi incredibilmente ricche di spunti. Ascoltatelo ragazzi: ascoltatelo e basta!
Cosa pensi del suggerimento di Joey Baron “imparate ad ascoltare”?
Imparare ad ascoltare è molto importante. Proprio come adesso in questa conversazione, io devo essere in grado di capire quello che mi stai chiedendo e devo riuscire a comunicarti quello che voglio dire. Lo stesso vale in una band. Quando Jeff Lorber comincia un assolo è come se stesse parlando contemporaneamente a tutti gli elementi del gruppo. La questione importante è soprattutto ascoltarlo, per poter creare quella situazione, quell’atmosfera che coinvolge il pubblico. Per questo ascoltare musica è importante.

Avresti qualche altro suggerimento da dare ai giovani batteristi che stanno per affrontare l’inizio della loro carriera?
Credo che la cosa più importante per i più giovani sia avere una chiara conoscenza dei concetti fondamentali del drumming. Naturalmente la conoscenza dei rudimenti, lo Stick Control, la correttezza della postura e alcune nozioni fondamentali per l’accordatura delle pelli sono conoscenze indispensabili come basi della professione. Dopo di che è fondamentale avere una mentalità aperta a molti generi musicali e stili. Molto spesso mi accade di sentire qualcosa che in un primo momento può non piacermi, ma che in un secondo tempo solo con un po’ di pazienza comincio ad apprezzare e comprendere. Per farti un esempio, in California esiste una grossa tradizione della musica funk: Sly and The Family Stones, The Commodores, Earth Wind and Fire, grandi band che conoscevo molto bene; quando in seguito ho cominciato a interessarmi anche alla musica Latin, ho scoperto che anche questa poteva essere estremamente funky. Saper fare un buon funky aggiungendoci sopra un pizzico di Latin mi ha permesso di migliorare il mio modo di suonare il funk, lo ha reso più completo, più profondo. Credo che più spirito si riesce a mettere nello stile musicale in cui si sta suonando, migliore potrà essere la musica.
Ci potresti parlare un po’ del tuo drumming e del tuo modo di concepire lo strumento?
Be’ il mio modo di suonare la batteria affonda le sue radici nella buona musica e in tutto quello che mi ispira, che mi stimola e che mi può rendere una persona migliore. Questo è il cuore della mia musica.

Quanto all’assolo di batteria, usi qualche metodo specifico per costruirlo?
Ogni assolo, e questo vale per qualsiasi strumento, deve avere un inizio, una parte centrale e una fine. Questa è la struttura base che cerco di sviluppare in ogni assolo. Parto con un’idea e la sviluppo, per poi concluderla.
Cosa hai imparato dall’esperienza a fianco di Bobby McFerrin?
Vorrei raccontarvi un aneddoto a proposito. Solitamente quando registro con dei cantanti cerco di concentrarmi innanzitutto sulla musica del gruppo, sul basso e sulle tastiere. La voce passa, in un certo senso, in secondo piano di fronte alla priorità della sezione ritmica, ma non con Bobby! Ricordo che durante la registrazione di BoomZoom!, prodotto da Russel Ferrante, quando Bobby cantava mi ritrovavo continuamente risucchiato dalla sua voce, dalle cose straordinarie che faceva, fino a farmi perdere più e più volte le strutture. Un'altra cosa unica in Bobby è la capacita di registrare tutto alla prima ripresa. Spesso, lavorando con i cantanti, le parti vocali vengono registrate in un secondo tempo; lui ha la capacità di fare di ogni take un capolavoro.
Trovi delle differenze tra lavorare in sala di registrazione ed esibirti dal vivo?
La più grande differenza tra un'esibizione dal vivo e una seduta di registrazione è la mia scelta della strumentazione: molto spesso preferisco andare in studio con strumenti di misure un po’ più piccole, specialmente per quanto riguarda i piatti. Dipende molto anche dal genere di registrazione che sto per affrontare, ma solitamente funziona avere a portata di mano piatti crash e ride leggermente più piccoli del solito.
Anche per quanto riguarda l’accordatura, in studio preferisco avere le pelli leggermente più tese rispetto a quelle di una situazione dal vivo, con un suono più funky.
Uso batterie Pearl, i modelli di punta: con l’uso delle pelli Evans mi permettono di ottenere una risposta calda e profonda. Cerco una via di mezzo tra il suono che aveva Tony Williams e quello di Dave Garibaldi, un suono caldo e molto pastoso, che rimanga comunque ben definito. Cerco sempre di ottenere dai tamburi delle note ben definite. Non userei questo stesso sistema in studio, perché le note potrebbero avere un sustain troppo lungo e dunque potrebbero risultare difficili da controllare. Nelle situazioni in studio preferisco ottenere suoni leggermente più brevi, quindi piatti più piccoli e suoni più corti dai tamburi. Per quanto riguarda il mio modo di suonare però è sempre lo stesso: quando suono voglio divertirmi e far divertire chi mi ascolta, sia in studio sia dal vivo.
Ti capita di esibirti in situazioni più acustiche, con set più piccoli e in formazioni più piccole?
Sono sempre pronto a situazioni di qualsiasi genere! Dal trio jazz con un tamburo, un timpano e la cassa da 18”, alla rock band con doppia cassa e tre tamburi sospesi, al country. Riesco sempre a trovarmi a mio agio, perché amo la musica e amo suonare. Amo far divertire le persone con la mia musica e soprattutto rispetto tutti i generi musicali, perché questo mi aiuta a crescere e a migliorare.
Testo: Emanuel Donadelli; foto: Daniele Flaiban
Le foto della Gallery sono di Alessia Scali