Quattro chiacchiere con Andrea Franchi

di Roberto_Ficarella - accordiano #28088 | 30 March 2011 @ 07:00 |
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L’appuntamento è il 26 marzo alle sette, subito dopo il check, al Demodè di Bitritto (Bari). Le curiosità da chiedere ad Andrea Franchi, batterista (ma non solo) di Paolo Benvegnù, sono tante. Hermann, il loro ultimo lavoro discografico, è un bimbo di appena un mese e mezzo, anche se il carattere altamente evocativo dei testi e la consapevolezza nei suoni e negli arrangiamenti fanno pensare ad un uomo già maturo. Le prove si prolungano oltre il previsto e per questo motivo la band decide di invitarmi a cena con loro, in modo da ottimizzare i tempi e fare una piacevolissima chiacchierata davanti a un piatto fumante di cavatelli e un bicchiere di vino rosso di un certo spessore.

Andrea, Raccontami come sta procedendo il tour?
Sta andando molto bene, siamo quasi a metà e il pubblico risponde positivamente. Siamo ancora in fase di rodaggio: il set è abbastanza impegnativo perché eseguiamo molti pezzi che non abbiamo mai affrontato prima, ma a breve riusciremo a fare nostro il concerto e ad essere più rilassati e tranquilli.

Parliamo di Hermann, partendo dal nome dato all’album
Il nome Hermann è nato quasi per scherzo, visto che era il soprannome che ho dato a Sìmon (trombone e tromba dei Paolo Benvegnù, nda). A parte questo, Hermann porta con sé vari significati: essenzialmente tratta della storia dell’uomo, come si può intuire dal nome. Paolo ha voluto raccontare il percorso dell’umanità attraverso figure mitologiche come Ulisse e tramite gli scrittori del ‘900, per esempio Sartre.

Il sottotitolo dell’album è “Colonna sonora dell’omonimo film mai girato”. Cosa vuol dire esattamente?
Io lo vedo come una bozza di un film, che forse in futuro qualcuno potrà girare. In pratica al posto di realizzare prima il film e dopo la colonna sonora in questo caso è nata prima la musica e questa è una chiave di lettura molto originale. Poi si sa che il film è un elemento importante nella discografia dei Benvegnù: basti pensare al primo album, Piccoli Fragilissimi Film.

Ho visto che avete indicato per ogni brano tre ipotetiche collocazioni spazio-temporali
Sì, l’idea è che si sta realizzando la sceneggiatura di un film. Probabilmente per qualcuna di queste collocazioni ci sono dei riferimenti concreti per Paolo, mentre altre sono puramente fantasiose, come “Esterno giorno, Nola, Sud Italia, 1541” (Date Fuoco). Altre, ancora, sono fortemente poetiche, come “Esterno giorno, da sempre, per sempre” (Love is Talking).

Nel brano L’invasore abbiamo ascoltato la tua voce. Raccontaci come è successo
È stata una decisione di Paolo. Per quest’album ho portato tre brani: Date Fuoco, Good Morning Mr Monroe, di cui ho registrato quasi tutti gli strumenti eccetto basso e fiati, e Johnnie and Jane, di cui ho scritto accordi e melodia.
L’invasore per me non doveva rientrare in questo album: l’ho fatta ascoltare a Paolo solo perché volevo conoscere il suo parere. Lui ha deciso di usarlo come brano di chiusura, come “titoli di coda” del disco. Parallelamente, il pezzo iniziale (Il Pianeta Perfetto) è del Ghando (Guglielmo Ridolfo Gagliano, chitarre, piano e violoncello, nda): in questo modo fra intro e chiusura si sviluppano gli undici brani effettivi dell’album. Paolo ha deciso di farlo cantare a me perché è un pezzo molto intimo. A me fa molto piacere cantarlo perché è tanto che scrivo e sono lusingato che in questo disco ci siano brani miei. Questo significa che noi, sia a livello personale che come gruppo, siamo cresciuti molto insieme.

Hai provato un po’ di incertezza nel metterti al microfono?
No, perché ci sono abbastanza abituato. È tanto che non lo faccio più, ma ho iniziato a suonare come interprete e cantautore, in band rock e pop in italiano, genere non troppo diverso da quello attuale. Penso che le strade che ho percorso non siano casuali ma ci sia stata una sensibilità precisa. Magari altri cantanti o gruppi non sceglierebbero mai me come batterista, proprio per una questione di sensibilità. Ho suonato per sei anni con Marco Parente registrando vari dischi, per esempio. Ho iniziato con lui a suonare la batteria. Diciamo che mi sento un musicista, più che un cantautore o un batterista.

A tal proposito, quando sei dal vivo ti capita di sentirti più cantante o chitarrista che batterista? Ti limita a volte la ritmicità della batteria?
No, non mi limita assolutamente lo strumento, e poi do sfogo alle altre cose in studio a livello di composizione. Non c’è brano dove io non tocchi un altro strumento: tastiere, synth, chitarre, qualsiasi cosa, anche la carta igienica...

La carta igienica?
Sì, su Il Mare è Bellissimo, soffio e carta igienica. Allo stop, su “provò ad invocare i santi”. Il Ghando diceva “qua ci vuole un suono, un qualcosa, un’ambientazione...”, te la do io l’ambientazione! Quello è un momento molto intenso, ed è bellissimo che sia stato ricreato con soffio e carta igienica! (risate...).

Ti cito il nome di tre vostri brani: Fiamme, Brucio e Date Fuoco. C’è qualche piromane fra voi?
A Paolo piace molto il fuoco! Se dovessimo associare un elemento ai Benvegnù, questo sarebbe il fuoco. È un mosaico di personalità all’interno del gruppo, siamo persone differenti con caratteri unici. Paolo è fuoco ma allo stesso tempo molto femminile, io sono femminile ma un po’ più duro, però scrivo cose molto ariose, come Johnnie and Jane o L’invasore, che sono pezzi molto maggiori. Questo dà anche una bella diversità ai brani e al progetto, che ormai da diversi anni si condivide intensamente.

Ho letto infatti sul vostro blog che prima di registrare vi siete ritirati in una villa per arrangiare i brani
Sì, circa venti giorni sulle colline in provincia di Arezzo, abbiamo fatto la preproduzione. È stata la prima esperienza del genere, è stato molto bello, e ho fatto anche da chef: brace, spezzatini, roast beef, verdure grigliate, di tutto! Siamo stati molto metodici durante il giorno, ma da una certa ora in poi si beveva molto vino, rum e grappe!



Entriamo nello specifico del tuo strumento: modifichi spesso il tuo setup?
No, perché sono un ricercatore del suono. Essendo autodidatta ho impiegato molto tempo per definire il tipo di pelli e di piatti. Sul rullante (Ludwig Acrolite) ho capito che era necessaria una sabbiata doppio strato per ridurre gli armonici e aumentare il corpo. Ho una Ludwig Rocker a due tom, e per questo tour ho montato per la prima volta il tom da 12”. La cassa è da 24” e il timpano da 16”. Quest’anno poi sono diventato endorser UFIP e ho scelto dei piatti molto belli: un ride Brilliant da 22” e due crash Class, un 18” e un 20”. Del charleston, sempre UFIP, non ricordo il modello, essendo degli anni ’90!

Hai studiato batteria?
L’ho studiata per la prima volta per fare questo disco. Ho iniziato con lo strumento nel 2000 come autodidatta ma non ho mai studiato. Ero e sono tutt’ora un chitarrista, ma visto che alla gente piaceva come la suonavo ho deciso di iniziare a studiare. Ho studiato un bel po’ per la preproduzione, per la registrazione e ora per i live: il metronomo, l’indipendenza, la mano sinistra, tutto ciò che studia un batterista insomma.

In Good Morning, Mr Monroe! hai suonato la batteria elettronica: è stata la prima volta?
Sì. In passato utilizzavamo i suoni dell’organetto analogico nei pezzi come La Schiena o in altri brani nel primo disco.

Ho letto che in studio, in Slovenia, hai usato molta strumentazione.
Sì, ben sette rullanti: tre Ludwig (Supraphonic, Acrolite, Black Oyster), due Drum Sound (ottone e acero), un Sonor 14” x 6” e un Tama.

In concerto senti la mancanza di tutte queste sonorità diverse?
Ovviamente qualcosa mi manca, ma dopotutto il live è il live e mi va bene il mio Acrolite. Anzi, in realtà è di Marco Parente quel rullante, me l’ha prestato e non gliel’ho più restituito!

Ti ho visto suonare l’organetto dal vivo in un vostro live qui a Bari due anni fa...
Sì, lo comprammo io e Paolo per Piccoli Fragilissimi Film, l’ho sempre messo accanto alla batteria. In questo tour non lo sto usando, per concentrarmi meglio sul mio strumento, e per lo stesso motivo non faccio più i cori dal vivo. Devo dire che mi sento più focalizzato sulla batteria, anche perché l’asta davanti al viso rompe!

Violino, violoncello elettrico, fiati, avete man mano ampliato la tavolozza
Sì! Abbiamo scelto questi due “esemplari” di musicisti a fiato (rivolgendosi a loro, nda), che sono Sìmon Chiappelli al trombone e Filippo Brilli ai sassofoni. Filippo l’ho introdotto io nel gruppo perché abbiamo un progetto insieme che si chiama Pupazi, con una zeta. Se poi si decide, ne mettiamo due di zeta. Tu mettine una! (risate...).

Prevedete altre aggiunte alla band?
Per ora no, perché questi musicisti, fra cui Luca Baldini (bassista, nda), Ghando, e anche i fiati sono tutti polistrumentisti, quindi c’è un bello scambio di ruoli sul palco.

Come mai avete deciso di pubblicare il live Dissolution dopo soli due full length?
Dopo nove anni di tour i pezzi si sono sviluppati e sono cambiati, e quindi un live era necessario, oltre che piacevole. Tra l’altro Dissolution ospita anche due brani studio, Io e il mio amore e una cover di Leonard Cohen. Anche gli stessi brani vecchi di Paolo con gli Scisma sono stati molto riarrangiati. Alla gente piacciono molto quei brani, poi, e anche per questo gli Scisma hanno fatto una piccola reunion nel bar dove lavorava Paolo.

Mi citi qualche artista italiano che apprezzi?
De Andrè, che ho conosciuto grazie a mio padre. Poi gli Afterhours, band con cui abbiamo collaborato molto, i Mariposa di Alessandro Fiori con cui ho suonato varie date. Ancora, i Marta sui Tubi, Bobo Rondelli e tanti altri.


Una band come voi riesce a vivere di musica?
È difficile, tutti quanti facciamo altri lavori. È cambiata molto la cultura riguardo alla musica. Si va molto meno a vedere i concerti, ma tutto sommato i nostri live hanno sempre un ottimo pubblico e la cosa ci fa molto piacere, vuol dire che il progetto funziona e piace.

 

La cena è finita e torniamo subito al locale per la serata. La band, prima dei pezzi “storici”, esegue Hermann per intero: è un film, dopotutto, e non avrebbe senso goderne solo a metà.
La speranza è di rivedere presto i Benvegnù dal vivo in occasione di eventuali date estive. La certezza è che rimane un mistero come artisti del loro livello siano, tutto sommato, “di nicchia”. Ma forse è meglio così.

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