Iarin Munari - Ritmi aprile 2011

di LucianoBeccia - accordiano DOC #27389 | 15 April 2011 @ 11:00 |
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Insegnante, session man, compositore, nonostante la giovane età Iarin Munari ha già un curriculum da brivido e lo si evince dalle collaborazioni con artisti di spicco del panorama musicale internazionale. Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con questo umile e cordiale musicista.

Come ti sei avvicinato alla musica?
Ricordo di aver sempre sentito frullare le note nella mia testa, sin da piccolo, quando ancora non sapevo nemmeno che esistesse ‘il suonare’. Ero attratto da ogni suono e da ogni melodia che continuavano a ripetersi dentro di me come un loop.

Battevi sopra ogni cosa che facesse rumore quand’eri bambino?
Assolutamente sì, ma per fortuna oggi ogni tanto me ne accorgo e mi fermo.

C'è qualche musicista nella tua famiglia?
No, anche se mio padre era un grande appassionato di batteria e mi ha inevitabilmente trasmesso l’amore per questo strumento. Colgo l’occasione per ringraziare la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto e che mi ha permesso di essere quello che sono oggi.

Quali sono i tuoi batteristi di riferimento?
Quelli che mi affascinano maggiormente sono i groovatori, quindi Steve Jordan, Steve Ferrone, Jeff Porcaro, Carlos Vega, Richard Bailey, David Garibaldi. Andando indietro nel tempo i primi che ho conosciuto e che mi hanno appassionato sono stati John Bonham dei Led Zeppelin e Ian Paice dei Deep Purple. Grande influenza hanno avuto anche Peter Erksine e Steve Gadd. Ho anche una grande passione per la tradizione e miei preferiti sono Papa Jo Jones, Max Roach, Philly Jo Jones, Elvin Jones, Shelly Manne,Joe Morello, Clyde Stubblefield, Zigaboo Modeliste. Abbiamo poi batteristi eccezionali in Italia come Ellade Bandini, Valter Calloni, Christian Mayer, Max Furian, Alfredo Golino, Lele Melotti , sempre grandi riferimenti per me. Altri che mi piacciono molto e dai quali traggo ispirazione sono Benny Grebb, Gary Novak, Keith Carlock , Jojo Meyer.

Com’è avvenuto il tuo ingresso nel mondo del professionismo e cosa ti ha motivato a intraprendere la carriera di batterista?
Devo dire che a metà degli anni novanta nella mia zona tra Rovigo e Ferrara c’era un grandissimo fermento musicale. Il circuito giovanile musicale era molto ricco e molto vivo. C’erano moltissimi ottimi gruppi che facevano solo musiche originali di tutti i generi e c’erano moltissimi locali in cui si suonava. La gente era assetata di musica , ovunque si suonasse c’era la fila per entrare al locale, non c’erano clichè commerciali, si suonava e si faceva festa. Questi sono gli stimoli che ti spingevano a dedicarti alla musica. Oggi purtroppo le cose sono un po’ cambiate! Il professionismo cominciò per me nel 1996 quando Andrea Polidori amico e grande batterista ferrarese che oggi lavora con Giusy Ferreri mi presentò Gilberto Martellieri, pianista ed arrangiatore storico della musica italiana. Attraverso di lui suonai prima con Franco Fasano , poi con Gigliola Cinquetti e qualche anno più avanti con Roberto Vecchioni.

Cosa ritieni fondamentale nel bagaglio tecnico di un buon batterista?
La tecnica è una cosa molto importante, ma dev’essere concepita solo come mezzo d’espressione e al servizio della musica. Anche se il livello tecnico mediamente oggi è altissimo a mio avviso la differenza sta nel ‘modo’, nelle idee e nel groove. Credo perciò che non ci sia niente di fondamentalmente necessario: l’importante è riuscire a comunicare emozioni.

Come organizzi il tuo studio? Segui uno schema preciso con degli esercizi in particolare?
Per molti anni ho seguito gli schemi didattici consigliati dai miei insegnanti, ora invece generalmente affronto argomenti specifici in base agli impegni professionali che mi si presentano.
Sei un batterista impegnato a 360°, passi da un genere all’altro con molta disinvoltura.

Qual è il tuo segreto?
Ti ringrazio; nessun segreto. Tanto ascolto, voglia di suonare, curiosità, umiltà e voglia di migliorarsi sempre.

Come definiresti il tuo stile?
Non saprei, è sempre molto difficile autodefinirsi in modo obiettivo. Per essere sintetico e giornalistico potrei dirti: “moderno con la passione per la tradizione”.

Com’è il tuo approccio alla composizione?
Assolutamente libero: la concepisco come uno sfogo di emozioni e per definizione faccio in modo che sia uno sfogo il più spontaneo possibile.

Sei autore del brano “Non so io ma tu” incluso nel disco Allo specchio dei Nomadi: ce ne parli?
Il brano, scritto da me e Massimo Greghi,un carissimo amico e grande cantante rodigino, piacque molto ai Nomadi che lo rividero e lo reinterpretarono a modo loro. Il brano uscì nel 2009: vista la mia grande passione per il cantautorato italiano è stato un grande onore collaborare con un gruppo che ha fatto la storia della canzone d’autore nel nostro paese.

Quale l’esperienza più significativa della tua carriera?
Ogni esperienza è stata estremamente formativa. Ci sono artisti di cui ho apprezzato molto la poeticità, altri il carisma, altri la preparazione musicale e altri ancora la capacità di interagire con i propri musicisti. Ho imparato che ogni artista è un mondo a se stante, scrive o interpreta secondo una propria chiave di lettura. E ho imparato che per suonare bene una canzone non basta non fare errori, bisogna capirne il significato, anche letterario. Una volta che fai tutto questo ti resta inevitabilmente qualcosa di quell’artista e a me proprio questo è successo. Dentro a queste meravigliose esperienze metto non soltanto i cantanti famosi, ma anche i grandi musicisti, con cui ho avuto la fortuna di collaborare nelle tournè e nei club.

C’è qualche artista con il quale vorresti collaborare e perché?
Molti, soprattutto quelli che intendono la musica come un’arte e non come qualcosa di commerciale.

Come giudichi il panorama musicale al giorno d’oggi?
Giorni fa ho visto un’intervista a Riccardo Chailly, un grande direttore d’orchestra Italiano che però trascorre molto tempo all’estero. Questo distinto signore ha detto una cosa che mi ha molto colpito: “La musica è speranza”. Speranza che qualcosa possa cambiare, tornando allo splendore di un tempo. Perché stando all’estero, vedendolo dal di fuori e vivendo altre realtà si realizza quanto un paese ricco di grandi tradizioni musicali come il nostro sia cambiato. Lui si riferiva alla musica classica, ma il concetto si può estendere anche alle altre forme di musica: il panorama musicale è tra i peggiori di sempre. Il commercio e l’immagine hanno soffocato l’evoluzione della nostra arte. Le canzoni più vendute negli anni 70 sono quelle passate alla storia per il loro valore artistico, mentre le hit di oggi sono usa e getta, canzoni che nella maggior parte dei casi non resteranno.

Progetti futuri?
In un futuro non troppo lontano c’è l’idea di un disco a mio nome e di un metodo didattico con basi minus drums. Spero di riuscire a realizzarli presto.

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Tutti i commenti

  • grande!!!
    di gecko - accordiano #8188 | 15 April 2011 @ 13:24
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    play loud!!!
    www.myspace.com/tonyamante
    www.face

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