Il gong è uno strumento più elaborato, formato da un bordo ripiegato che fa da cassa acustica e un rialzo centrale, detto “mammella”, su cui picchia il battente; queste sue caratteristiche costruttive ne fa uno strumento dal suono determinato, quindi, ogni gong ha una nota ben definita. Non a caso, in Oriente vengono suonati in serie, con scale di note ben determinate, in maniera da poter costruire melodie. In particolare, a Bali i Gong sono alla base di una delle più avanzate e affascinanti culture musicali del pianeta.
Il sigillo di nobiltà nella musica occidentale, invece, è stato dato da Claude Debussy e Giacomo Puccini, che ha fatto largo uso dei gong nella “Turandot”. In origine Puccini utilizzò dei gong giavanesi, per poi farne produrre di nuovi e con nuove scale cromatiche dalla ditta Tronci di Pistoia, oggi confluita nella Ufip.
I gong giavanesi sono da sempre considerati i modelli di riferimento. Sono costruiti colando il bronzo fuso in stampi ricavati nel terreno, con una tecnica molto simile a quella tradizionale per la costruzione delle campane da chiesa. Gli alti costi delle materie prime (rame + stagno) hanno fatto sì che il metallo spesso fosse imbastardito, ricavandone suoni non sempre perfetti. L’esatta combinazione fra lega metallica, tornitura e martellatura dello strumento ne determinano la perfezione del suono.

Un po’ di anni fa, durante un viaggio in Borneo, saputo dell’esistenza di fabbricanti di gong, mi sono spinto nell’estremità Nord-Orientale, nell’area di Kudat, che fa parte dello stato malese del Sabah. Sono luoghi poco frequentati dagli occidentali, ma con un grande fascino. Luoghi salgariani, ancora abitati dai daiacchi, descritti nell’800 come tagliatori di teste, attività poi vietata dagli inglesi e ripresa a danno degli occupanti giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Oggi i daiacchi svolgono diverse attività: l’agricoltura, la pesca, la pirateria e la costruzione di gong.
I gong sono dappertutto: al mercato di Kudat alcuni anziani ne suonano di bellissimi e mi indirizzano da un collezionista di questi strumenti, un vecchio daiacco che mi mostra un’intera ala della sua grande palafitta occupata dai gong: centinaia, appesi, accatastati, pronti da suonare. Ne porto via un paio di grandi dimensioni pagandoli pochi dollari: entrambi costruiti a Giava, uno ha più di cento anni, l’altro ne ha novanta. Intanto io penso: “Questo qui ora colleziona gong, durante la guerra tagliava teste”.

Indirizzato dal collezionista, raggiungo Matunggong, letteralmente “villaggio di coloro che costruiscono i gong”. In ogni palafitta c’è gente che martella il metallo con clangore assordante: qui vengono costruiti gli strumenti rituali che vengono venduti in tutto il Sudest asiatico. Il metallo non è bronzo, ma semplice lamiera zincata, e i gong non vengono fusi nel terreno, ma ottenuti martellando il metallo, tagliandolo e saldandolo fino ad ottenere la forma desiderata. L’intonazione lascia spesso a desiderare, ma – spiegano – “quelli ben intonati vengono da Giava e costano troppo per la gente di qui”. Ben martellati e colorati, alcuni esemplari raggiungono un discreto livello sonoro. Ne compro una decina piccoli, riempiendo una borsa per piatti. Quando faccio scalo in Germania, un solerte funzionario della narcotici mi chiede cosa porto nella borsa. Gli rispondo: “Dodici gong” e mimo il gesto di percuoterli. Il poliziotto pensa: “Questa è la scusa più originale che abbia mai sentito da un pusher”, il cane annusa e scodinzola, apro la borsa e mostro gli strumenti al tedesco esterrefatto. Oggi, i due esemplari più antichi fanno parte della collezione del museo delle percussioni della fondazione Luigi Tronci di Pistoia.
Bel servizio... lo strumento sembra abbastanza ...
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Re: Bel servizio... lo strumento sembra abbastanza ...
Molto interessante! Andro' sicuramente a ...
Re: Molto interessante! Andro' sicuramente a ...
Molto bello, anche perchè scritto da chi ha ...
Ho anche visto i luoghi salgariani, ...