Stiamo parlando di Keith Carlock, formidabile batterista statunitense, nativo di Clinton, Mississippi, ma ormai da anni stabilitosi nella Grande Mela, che lo scorso 2 novembre ha tenuto – evento unico per l’Italia - una drum clinic all’Auditorium delle Fornaci di Roma, in occasione della quale l’abbiamo incontrato, scambiandoci quattro chiacchiere tra la fine del sound check e l’inizio della sua performance solitaria. Ecco cosa ci ha raccontato quando gli abbiamo chiesto in quali progetti musicali fosse attualmente impegnato: “Ho appena terminato il tour con John Mayer, che ha toccato gli Stati Uniti, l’Europa e l’Asia, un tour durato sei mesi e conclusosi appena tre settimane fa. Ora sono in tour con i Rudder, un gruppo di New York che si potrebbe definire una sorta di instrumental jam band. Approfittando di un paio di giorni liberi ho potuto accettare l’offerta di venire a Roma per questa drum clinic, poi avrò ancora un paio di settimane nei jazz club europei con Rudder”.

Siamo curiosi di sapere come è approdato alla corte di John Mayer, un lavoro ambitissimo nel quale è stato preceduto da ottimi batteristi quali J.J. Johnson e, soprattutto, Steve Jordan: “Sono stato raccomandato – risponde Carlock – proprio da Steve Jordan, che mi aveva visto suonare con Sting a New York. Suonare con John Mayer è stato davvero divertente, un grande tour”. Gli chiediamo se ha ricevuto qualche input particolare dal chitarrista/cantante di Bridgeport, qualche specifica richiesta su come dovesse interpretare la sua musica, e la risposta è stata: “No, si è creata subito una sorta di connessione naturale, qualcosa che probabilmente c’era nel mio bakground musicale e che ha fatto sì che tutto funzionasse subito bene. John ha fiducia in tutti i musicisti del suo gruppo, concede a tutti noi molta libertà, non chiede che le cose vengano fatte necessariamente come sono state incise sui dischi, è una persona dalla mente decisamente aperta”.
Una situazione ideale, quindi, per un batterista che riesce a groovare senza dover rinunciare a un’oncia della sua straordinaria creatività. Cambiamo argomento e chiediamo al batterista del Mississippi quale sia il suo rapporto con eventi come quello che lo ha portato a Roma; la sua risposta è stata: “Mi piacciono le drum clinic, ma preferisco farne una ogni tanto, magari approfittando di un paio di day off nel corso di un tour, come in questo caso, piuttosto che imbarcarmi in lunghi clinic tour. È davvero meraviglioso per me trovarmi qui, nel vostro paese, in una città fantastica, poter incontrare altri batteristi e magare riuscire a dare ispirazione a qualcuno parlando del modo in cui io suono, mostrando le cose che faccio. Si tratta di dividere informazioni, entrare in contatto con altre persone, sperando di riuscire ad avere uno scambio reciproco, utile a tutti”.

Un esempio delle capacità didattiche di Carlock è testimoniato dal monumentale dvd The Big Picture (oltre cinque ore di contenuti filmati…), realizzato lo scorso anno per la Hudson Music; gli chiediamo se nelle sue drum clinic tende a seguire lo stesso percorso del video in questione e ci risponde: “Molti degli argomenti trattati nel dvd verranno affrontati anche stasera, anche se in genere preferisco che sia il pubblico a indicarmi la direzione da intraprendere con le sue richieste e le sue curiosità”. Il tempo stringe, l’ora d’inizio della clinic sarebbe già passata e ci rimane il tempo solo per chiedere a Keith Carlock se vuole farci i nomi di qualche giovane batterista che trova interessante ascoltare in questo momento: “Ci sono tanti bravissimi batteristi da sentire a New York, dove vivo, e tanti giovani talenti emergenti. Ovviamente uno dei miei preferiti è Ari Hoenig, che adoro; ma ce ne sono davvero tanti, troppi per ricordarseli tutti…”.
Foto di Stefano Micchìa