
Led Zeppelin I venne registrato in appena trenta ore sparse nell’arco di due settimane: costato 1750 sterline (solo nel ’75 aveva già fruttato sette milioni di dollari) presenta un gruppo già al massimo delle proprie possibilità tecniche e creative ed è talmente ricco di idee e buona musica da sembrare tutt’altro che un acerbo disco d’esordio. Con “Good Times Bad Times” John Bonham iniziò a dare un saggio della propria potenza ma soprattutto degli incredibili pattern che sapeva creare con la cassa. Un giorno Jimi Hendrix assistette ad una sua esibizione e gli disse ammirato: “Ragazzo, hai il piede destro più veloce di quello di un coniglio!”. In quell’epoca, erano in molti a credere che Bonzo adottasse la doppia cassa: in realtà ciò accadde solo in occasione di un paio di concerti che i Led Zeppelin tennero negli Stati Uniti in compagnia dei Vanilla Fudge, finché Jones gli disse che poteva tranquillamente farne a meno visto che con una sola cassa poteva fare più casino di quello che la maggior parte degli altri batteristi riusciva a fare con due mani e con i piedi. Il mondo imparerà presto anche a conoscere i suoi set enormi: “Mi sono sempre piaciuti i set grandi e potenti. Non ho mai fatto invece un uso esagerato dei piatti: li uso per entrare o uscire da un solo, ma principalmente preferisco il suono dei tamburi. Secondo me, i tamburi suonano meglio dei piatti.” Il suono di Bonham però, non era dovuto solamente alla misura dei tamburi, ne all’abitudine di foderarli con la carta stagnola per farli crepitare come dei cannoni; Bonzo era la dimostrazione vivente che il suono lo fa il batterista. Dave Mattacks dei Fairport Convention raccontò che una volta Bonzo si sedette dietro ad un set microscopico rispetto a quelli che era solito adottare: “La batteria aveva una cassa da 18”, un rullante alto 4”, un tom da 12” ed uno da 14” ma…era QUEL suono! Rimasi annichilito da quello che stavo sentendo, e da come lo stava suonando. Da quel minuscolo kit stava uscendo il sound dei Led Zeppelin!”
Il ’69 è un anno pienissimo per Bonham: dopo essere partito con i Led Zep alla conquista degli Stati Uniti per una serie di concerti trionfali (spesso i gruppi cui avrebbero dovuto fare da spalla, come gli Iron Butterfly, si rifiutarono di salire sul palco dopo la loro esibizione), partecipò alla registrazione dell’Lp Lord Sutch & Heavy Friends, che lo vide in compagnia di Jimmy Page, Jeff Beck e Noel Redding. Inoltre sarà presente anche sul disco di P.J. Proby Three Week Hero, sul brano “You Shook Me” assieme a Page, Jones e Plant.
Sempre nello stesso anno viene pubblicato Led Zeppelin II, affettuosamente chiamato “Il Bombardiere Marrone” dai fans, un album costruito pezzo per pezzo nelle stanze d’albergo, nei camerini e negli studi di registrazione più disparati in giro per gli Stati Uniti, fondendo nuove idee a riff che non avevano trovato spazio sul primo disco. Considerato da molti musicisti, tra i quali Steve Morse, come il disco che più di tutti ha contribuito a creare il suono della chitarra heavy metal, Led Zeppelin II diverrà l’album più velocemente venduto nella storia dell’Atlantic: oltre 100.000 copie in una sola settimana nell’estate del ’70. Di questo capolavoro del rock non si possono non citare almeno “Whole Lotta Love”, che con il suo testo sfrontato e l’intermezzo orgiastico/cacofonico diverrà la canzone simbolo dei Led Zeppelin, e soprattutto “Moby Dick”.
Originariamente intitolato “Pat’s Delight” in onore della moglie, il leggendario brano/assolo che Bonham aveva costruito prendendo spunto dalla struttura di “Toad” di Ginger Baker diverrà la canzone dei Led Zeppelin destinata a ricevere puntualmente le ovazioni più grandi negli anni a venire. Con una durata che poteva oscillare tra i cinque minuti e mezz’ora (durante un concerto allo Spectrum di Filadelfia l’impianto di amplificazione saltò e Bonzo venne lasciato da solo sul palco a suonarla per quasi un’ora) il brano veniva così introdotto da Robert Plant: “Ora arriva una cosa che migliora ogni sera.”
Quando Plant e Bonham giunsero per la prima volta negli Stati Uniti erano poco più che due ragazzini inesperti (“zoticoni di campagna delle Midlands”, dirà Plant) e le loro giovani menti andarono letteralmente in tilt di fronte ai piaceri che lo status di musicista rock poteva garantire loro. Si trovarono perfettamente in sintonia con la filosofia del loro tour manager Richard Cole: sesso e droga a volontà. Nonostante il potere di cavarsi praticamente qualsiasi sfizio e l’apparente tracotanza però, erano in realtà di un’insicurezza che fa quasi tenerezza: per i primi cinque tours dormirono sempre con la luce accesa nella loro stanza d’albergo, rifiutandosi di andare a letto se uno dei due non era presente.
Nel 1970 venne distribuito Led Zeppelin III, un disco che risentì molto delle influenze folk di Page e Plant. All’epoca martoriato eccessivamente dalla critica, presenta comunque alcuni brani interessanti, primo tra tutti il rovente blues di “Since I’ve Been Loving You”. Solamente un anno dopo la parabola dei Led Zeppelin raggiunge il suo apogeo creativo: spronati a dare il meglio di se dalla batosta che la stampa riservò al terzo capitolo della loro saga, scrissero un pugno di canzoni che entreranno nella leggenda, come “Stairway to Heaven”, “Black Dog” e “Rock and Roll”. Quest’ultimo brano nacque per puro caso: durante le registrazioni dell’album, iniziate all’Island Studio di Londra nel dicembre del ’70, Bonzo iniziò a suonare l’introduzione di “Good Golly Miss Molly” di Little Richard mentre il registratore era ancora in funzione; Page gli andò dietro improvvisandoci sopra il riff di chitarra, quando il nastro finì dopo una circa dozzina di battute. Era rimasto impresso comunque abbastanza materiale da poterci costruire il pezzo, arricchito dal boogie eseguito al pianoforte da Ian Steward. Per la registrazione definitiva del brano, la batteria fu posizionata al centro della sala, per ottenere quell’effetto ambiente tanto amato da Page. Altro pezzo forte dell’album è sicuramente il crescendo batteristico sul finale di “Stairway to Heaven”, degno accompagnamento di uno degli assoli di chitarra più belli della storia della musica.
Per imporre la loro scelta circa la veste grafica del disco, i Led Zeppelin ingaggiarono una furente battaglia con la Atlantic: la loro ferma intenzione era quella per pubblicare l’Lp senza nome e marchi di identificazione, ad esclusione dei simboli scelti per rappresentare i musicisti (per Bonzo, tre cerchi che si intrecciano). Chiamato di volta in volta Led Zeppelin IV, Senza Titolo, Zo-So o Four Symbols, decretò una volta per tutte il potere di Page e compagnia all’interno dell’industria musicale. Disse Peter Grant: “Quando incominciò il nostro periodo d’oro la gente se ne accorse e noi non demmo più retta a nessuno. Ora le porte dovevano essere aperte. Se non le aprivano, le buttavamo giù, punto e basta. Ci costruimmo le nostre leggi e se qualcuno non voleva ubbidire, era meglio che se ne stesse a casa a farsi i cazzi suoi!”
Bonzo dal canto suo continuava a fare, per dirla come Jeff Beck, “ogni sorta di pandemonio”, senza perdere però di vista il vero obbiettivo di ogni musicista, suonare con passione: “Credo che nella batteria il feeling sia molto più importante della mera tecnica. È fantastico suonare un triplo paradiddle, ma chi si accorge veramente che lo stai facendo? Se fai troppa attenzione alla tecnica, finisce che inizierai a suonare come ogni altro batterista. Credo che quello che conti veramente sia essere originali.”
I Led Zeppelin ebbero sempre un rapporto conflittuale con la stampa, in particolar modo Bonham che spesso e volentieri, in preda ai fumi dell’alcool, molestava il malcapitato cronista di turno. Questa dichiarazione del 1972 è tratta da una delle poche interviste che concesse durante la sua carriera: “Non ho mai cercato consciamente di essere uno dei migliori batteristi e non voglio nemmeno esserlo. Un sacco di ragazzini mi vengono a dire cose come: “Ci sono molti batteristi meglio di te”. A me piace suonare al meglio delle mie possibilità ed è quello che sto facendo ora. Non pretendo di essere più eccitante di Buddy Rich. Ma non suono ciò che non mi piace. Sono un batterista semplice, senza fronzoli per la testa e non cerco di atteggiarmi o essere meglio di quel che sono.”

Houses of the Holy venne registrato nel 1973 a Stargroves, una casa di campagna di proprietà di Mick Jagger, con il nuovo studio mobile dei Rolling Stones; fu chiamato a produrlo Eddie Kramer, che ci lascia una bella testimonianza sul lato professionale di John Bonham: “Era il batterista più disponibile con cui avessi mai registrato. Lo mettevo a suonare da solo nella veranda di una grande serra, con tre microfoni per batteria. Bonzo riusciva a suonare in quel modo perché picchiava sulla batteria più forte di chiunque altro e, nel contempo, aveva un tocco estremamente delicato. Otteneva un suono che definiva ‘monumentale’. Sotto molti aspetti era lui la chiave dei Led Zeppelin. Si lavorava velocemente con John: le sole ragioni per cui, di tanto in tanto, dovemmo registrare per la seconda volta un brano, furono le difficili e frequenti variazioni ritmiche della maggior parte delle canzoni. Ma una volta che Bonzo aveva approfondito la sua parte, tutto il resto calzava a pennello”. (continua)
Immagino ci sarà una terza ...
cazzo!
ewwai !
Antonello
www.antonellocatanese.net
www.myspace.
ARRODUGO'
Leggendo questo bell'articolo mi rendo conto ...
Sostieni greenpeace, ne va del nostro futuro.
Begli articoli!
Stare del bistengo dei moscardini tacamorra di un
Vai con la terza!
Che attesa...