Pippo Adorno - Tocco, precisione e dinamica

di redazione - accordiano DOC #116 | 05 June 2010 @ 10:40 |
4
Questo mese andiamo a conoscere da vicino Pippo Adorno, un musicista che nel corso della sua lunga carriera ha avuto la possibilità di lavorare con molti artisti, talmente diversi tra loro (per genere musicale e tipo di spettacolo proposto) da suscitare la nostra curiosità. Lo incontriamo nella tranquillità della sua casa messinese, durante una pausa dal suo lavoro di insegnante.

Dando un’occhiata al tuo curriculum e alle tue collaborazioni, abbiamo subito notato due nomi di due artisti completamente diversi tra loro: Pérez Prado e Nino Frassica!

Già, ho suonato con entrambi ma in momenti diversi della mia carriera. Con Pérez Prado ero ancora minorenne; con Los Plaggers di Nino Frassica fino a un anno fa: con Nino ci conosciamo da ragazzi e abbiamo lavorato tanto assieme nelle piazze siciliane e calabresi.

Vogliamo dunque riassumerla questa carriera? Quando hai preso in mano le bacchette?

Ho iniziato a suonare molto presto e non ho mai preso una lezione, non perché non volessi: semplicemente, quando ero giovane, nella mia città non c’era la cultura dell’insegnamento. Quindi non mi restava che lavorare da autodidatta.

Hai comunque utilizzato dei libri?

Sì, ricordo che il primo fu un metodo scritto da Nino D’Adamo; successivamente studiai sui classici Gene Krupa e Dante Agostini. Non mi fu difficile comprendere la divisione e impararla. Bastava abbinare un valore a un simbolo e avere la padronanza matematica, perché la musica scritta è ‘matematica’. Una volta che si apprendono le basi della divisione, sia la lettura che la scrittura degli spartiti diventano abbastanza semplici.

C'è da dire comunque che sei un figlio d'arte…

Questo è vero. L'arte in generale è presente nel DNA della mia famiglia: mio padre Nino cantava con i grandi della sua epoca, tra i quali Nilla Pizzi, Flo Sandos, Gino Latilla. I nonni e diversi zii paterni e materni erano musicisti e non ti nascondo che anche i miei due figli hanno scelto strade artistiche: evidentemente certe passioni si tramandano e il fatto di aver respirato da bambino una certa aria probabilmente mi ha aiutato. Fu mia nonna Giovanna a scoprire il mio istinto batteristico; a tre anni battevo sempre le mani sulla tavola mentre mangiavamo; in quel periodo a Messina c'era un teatro itinerante che faceva tappa in tutti i rioni della città, il Teatro delle Palme. Il Maestro Spazzola (sic, n.d.a.), amico di mia nonna e grande batterista messinese, ne faceva parte, così lei pensò bene di portarmi da lui durante uno degli spettacoli per chiedergli: "lo fai provare a 'sto bambino che mi sta scassando tutte cose?". Spazzola disse a mia nonna che ero un batterista nato, perciò mio zio Enzo mi comprò uno strumento vero, anche se miniaturizzato.

Quando hai iniziato dunque a suonare in maniera più professionale?

La mia ‘palestra’ e il mio vero inizio sono legati ai concerti in piazza… Sicuramente considero ancora oggi l'esperienza live come una tappa fondamentale del mio percorso ed è per questo che stimolo sempre i miei allievi non solo allo studio, ma anche e soprattutto a suonare il più possibile.

E subito dopo hai iniziato a suonare con Pérez Prado...

Lo conobbi a Milano e suonai con lui non ancora diciottenne. Mi fece esplorare i ritmi cubani e la mia mentalità ebbe un’impennata. Quella collaborazione rappresentò una tappa ‘innovativa’, che mi arricchì molto.

Allora eri già convinto di voler fare della musica un mestiere?

Lo capii nella ‘tappa’ successiva a Perez Prado, quando entrai a far parte dei Black Stones, un’altra band messinese con la quale suonai moltissimo, sia nel meridione che in parecchi locali del milanese; suonavamo molto rock e progressive e in quegli anni sentii molto l'influenza di un batterista per me eccezionale, Bill Bruford. Successivamente suonai con gli Opera, band con la quale partecipai al Festival di Sanremo del ’79 con un brano da me firmato. Dagli inizi degli anni ’80 ho lavorato molto come autore, arrangiatore e turnista sia live che in studio, collaborando con artisti quali Giovanni Mazzarino, Paolo Mengoli, ecc…

Vuoi parlarci della tua attività d'insegnante?

Senza fare retorica o polemica alcuna, oggi sento suonare in giro molti ragazzi con grande tecnica, quasi dei mostri, che la ostentano a tutti i costi, ma che spesse volte non riescono a ‘comunicare’: si è un po' perso il gusto della semplicità. Penetrano più a fondo tre colpi dati al momento giusto che cento fuori luogo. Se un tizio parlasse sempre e velocissimo, tu riesciresti a capirlo? Si tende molto a imitare i propri idoli. Sento poca personalità in giro. Avverto una mancanza di fiducia in se stessi e nei propri mezzi, quindi ai giovani viene più comodo imitare ciò che già esiste, senza considerare che così facendo non potranno mai emergere: è preferibile l’originale e non la copia, non credi? Detto questo, cerco sempre di curare con i miei allievi quelli che considero i tre veri elementi necessari per comunicare: tocco, precisione e dinamica. Cerco di spiegare ‘il linguaggio minimo’ per potere comunicare, poi per il resto li lascio molto liberi di potersi esprimere. Sono solito non cambiare la loro impostazione, ma provo solo ad ‘aggiustarla’, senza snaturarla. Se la distruggessi totalmente, correrei il rischio di far loro perdere quella vecchia senza imparare quella nuova. Per me è importante che imparino a lavorare di polsi e dita e a sfruttare il rimbalzo.

Il fatto di non aver avuto insegnanti influisce molto su come organizzi le lezioni per i tuoi allievi?

Niente affatto. Prima di iniziare le lezioni mi dedico alla conoscenza della personalità dell’allievo; la parte psicologica nell’insegnamento per me è basilare; dopodiché metto in pratica le mie personali teorie. La prima cosa che cerco nell'allievo è la musicalità e provo a esaltarla correggendo solo gli errori. Ho una mia teoria su certi errori legati alla nostra ‘memoria muscolare’: se si sbaglia e non ci si applica per risolvere il problema, si eseguirà l'esercizio sempre in maniera sbagliata! Lo studio serve (anche) a far ricordare ai muscoli come si esegue quel colpo, dopodiché il tutto verrà spontaneo. Per gli studenti avanzati l'approccio è diverso: si va sui ritmi, sul groove. Nell'insegnamento non esiste una regola generale, anche se sicuramente ci sono delle tecniche che ti permettono di dosare al meglio le forze, tecniche che fanno stancare meno le braccia, per esempio sfruttando l’utilizzo di dita, polsi e rimbalzo. Dedico attenzione anche alla postura sullo strumento e alla respirazione, utilissima soprattutto quando si eseguono i tempi velocissimi.

Al momento hai dei progetti particolari?

Sì, ne ho diversi. Per prima cosa ho appena ultimato la stesura del mio libro Batteristi si nasce e sto cercando un serio editore che me lo pubblichi. Non è un libro didattico (ce ne sono migliaia in giro): dentro c’è tutta la mia esperienza, le mie sensazioni e il mio quotidiano vivere lo strumento, anche se non mancano consigli e dritte. Inoltre, assieme ad Antonio “Pricopa” Oliva, ho creato i Sinfonia 2, un duo batteristico e percussionistico; durante le esibizioni cerchiamo di dimostrare che la batteria si può suonare non solo in maniera ritmica, ma anche in maniera melodico/sinfonica. Infine, sto cercando di portare avanti un progetto riguardante la creazione di un centro per musicisti, nel quale ci si può incontrare, suonare e stare assieme socializzando. Mi piacerebbe accogliere i ragazzi per toglierli dalle cattivi abitudini della strada e insegnare loro lo strumento, gratuitamente; e infine far diventare lo stesso centro anche una sorta di pensionato per musicisti.

Si può vivere di musica in Italia, oggi?

C’è chi lo fa benissimo e chi non riesce a sbarcare il lunario (la maggior parte)! Dipende da tanti fattori; sicuramente bisogna crederci e cercarsi le occasioni. Consiglio sempre ai giovani musicisti di vivere la musica senza pensare di diventare famosi: si rischia di chiudersi in una stanza a studiare come pazzi e non uscirne più! Sicuramente la tecnica è importante ma, a mio avviso, meglio un po’ di tecnica in meno e un po' di vita sociale in più. Anche socializzare con la gente e vivere questa professione senza invidie è molto importante. È fondamentale divertirsi suonando: bisogna tirare fuori il proprio stato d’animo eliminando nel contempo le tensioni che spesso alterano una buona esecuzione. Si suona col cuore e con lo spirito, la sola tecnica generalmente non comunica nulla.

Andrea Sciacca

Risorse




Tutti i commenti


Scrivi un commento

Accedi o crea un account per commentare.