Batterie Hollywood (II parte)

di redazione - accordiano DOC #116 | 15 January 2002 @ 16:59 |
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Di Luca Luciano
h Sì, avete capito bene, Max Roach, uno dei padri della moderna batteria jazz. Max fu avvicinato a una fiera negli Stati Uniti da Caldironi e Scarpini, e iniziò la collaborazione decennale che portò il nome Hollywood in giro per il mondo. Fu creato il modello a lui intitolato, un set che usufruiva di una delle invenzioni della Hollywood: un carrello su cui era poggiata la cassa. Da questo carrello, costituito da due tubi di acciaio paralleli fra di loro e in mezzo ai quali era alloggiata la cassa, partivano i sostegni per il timpano da 14 pollici, per il rullante e per due piatti, mentre i tom erano retti da uno stand tradizionale, montato al centro della cassa.

 

I tubi avevano alle loro estremità delle ruote di gomma, e ognuna di queste aveva al lato una sicura per bloccarne il movimento. In questo modo l’intero set poteva essere spostato contemporaneamente, a parte l’asta del charleston, che era l’unico pezzo libero. Si trattava di un sistema adottato solo su alcuni modelli, dall’aria avveniristica, pratico nei grandi spazi (per esigenze tecniche le batterie potevano essere facilmente spostate sui grandi palchi) e comunque in grado di garantire una minima superficie d’ingombro (non c’erano praticamente aste che poggiavano a terra): quasi il primo rack della storia della batteria (i primi infatti li abbiamo visti sulle batterie Gretsch degli anni ‘30).Ma le innovazioni non finiscono qui: per la Hollywood fu infatti costruito, prendendo spunto dai timpani sinfonici, il primo tom a pedale; anche questo tom a terra, di cui era possibile cambiare intonazione proprio come un timpano d’orchestra, fu usato da Max Roach. Dal modello intitolato a quest’ultimo in poi, il reggirullante fu dotato di un snodo sferico di nylon, che permetteva di velocizzare le operazioni di regolazione, una chicca per quei tempi. La Hollywood fu inoltre costruita anche in una versione destinata a un più facile trasporto, con il tom che poteva essere ospitato nel timpano, e quest’ultimo in una cassa con tanto di maniglia per essere sollevata agevolmente. Quanto alla linea di meccaniche, era semplice e funzionale ed era chiamata Oscar; il pedale era una versione semplificata dello Speed King della Ludwig, era a cinghia e si chiamava Vitesse. Chi scrive ne possiede ancora uno, un ottimo compromesso fra leggerezza e funzionalità. Meazzi costruì un ulteriore modello della Hollywood, chiamato Tronic, che aveva sulla cassa una piccola centralina elettronica per il controllo diretto dei suoni della batteria; per ogni pezzo del set, premendo un bottone (uno di quelli che faceva sentire clack!) si attivava un pickup che amplificava il suono del tamburo. Probabilmente era anche possibile regolarne il volume.

Sul finire degli anni ‘60 le batterie Hollywood furono suonate da batteristi famosissimi come Billy Cobham, Jack DeJohnette, Art Blakey grazie alla fornitura che la Meazzi faceva dei suoi strumenti al Teatro Lirico di Milano per i concerti ivi organizzati. Resta da dire della Hollywood ‘trasparente’, in fiberglass, e della serie chiamata Crystal Line, costruita in vitrex, un materiale sintetico più rigido del plexiglass, di colore azzurro; l’esterno dei fusti poteva essere scelto con leggeri rilievi che davano al tamburo un’aria ‘bitorzoluta’.

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