Vibes: Cal Tjader

di redazione - accordiano DOC #116 | 15 March 2003 @ 12:26 |
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Di Nino De Rose
Nato a San Francisco nel 1925, Cal Tjader – dopo regolari e brillanti studi musicali – si affermò come batterista e occasionale vibrafonista con il pianista Dave Brubeck (1949/51) e come vibrafonista e percussionista (bongo, timbales, ecc.) nel quintetto del pianista George Shearing (1953/54). Come i suoi primi datori di lavoro, Tjader ha goduto del favore del pubblico, ma non di quello della critica.

I critici hanno rimproverato a Dave Brubeck, dopo gli anni sperimentali, quando, appunto, il batterista era Cal Tjader, di aver cercato il favore del pubblico. A distanza di anni (cinquanta per l’esattezza), detta critica risulta infondata, anche perché Brubeck ha continuato a fare le stesse cose per vari decenni, raccogliendo un successo planetario con le misure dispari. “Take Five” del suo sassofonista Paul Desmond è uno dei brani più famosi di tutta la storia del jazz. E va ricordato che Desmond, ancora in vita, l’ha ‘regalato’ alla Ricerca sul Cancro. Un po’ più giustificate forse le critiche nei confronti di George Shearing che, dopo un inizio straordinario, diluì l’improvvisazione in parecchie sue incisioni facendo un easy listening raffinatissimo, spesso con alcuni grandi cantanti. Tjader, una volta deciso di concentrarsi sul vibrafono, ha imparato molto da Brubeck e Shearing, ma il suo bebop è assolutamente integro e può essere avvicinato al lavoro di Milt Jackson. Tjader è ugualmente eloquente ed elegante, anche se il suo suono è più percussivo e un po’ meno intenso dal punto di vista espressivo. E sicuramente la sua scrittura non può rivaleggiare con quella di John Lewis nel Modern Jazz Quartet. Se mi si consente un gioco, Tjader sta a Jackson come Stan Getz sta a Sonny Rollins. Ed è proprio con Getz che Tjader ha realizzato una splendida incisione nel 1958, dove sono presenti il contrabbassista Scott LaFaro e il batterista Billy Higgins. Tjader li presentò a Getz dichiarandosi sicuro che i due – poco più che ventenni – avrebbero avuto un grande futuro. Ma il vibrafonista – accanto al suo bebop di prima classe – incideva anche brani di ciò che oggi definiamo jazz ‘latino’. San Francisco è una città aperta culturalmente. La sede della Beat Generation, per intenderci, che accoglie volentieri tutti i musicisti centro e sud-americani negli anni Cinquanta. Tjader scopre alcuni talenti destinati a restare, come Mongo Santamaria, Willie Bobo, Joao Donato, Pocho Sánchez e così via. Egli non si limita ad assumerli nel suo gruppo, li invita a produrre musica da fare insieme. Nascono così standard conosciuti da tutti come “Afro Blue”, composto appunto da Santamaria. È proprio questo lato di Tjader che spinge la Verve, una delle più grandi etichette jazz, a offrirgli un contratto e, di conseguenza, la possibilità di una popolarità internazionale. Nell’etichetta di San Francisco – la Fantasy – il vibrafonista alternava il bebop con il latin jazz. La Verve – che ha incassato un successo senza precedenti facendo incidere Getz con Joao Gilberto e Antonio Carlos Jobim – vuole accrescere l’inserimento in questa area dove il bebop sposa Cuba, il Brasile, la musica dei Caraibi, eccetera. Tjader affronta il nuovo impegno insieme a un pianista e compositore eccellente: Clare Fisher, anche se la Verve abbonda di grandi pianisti (e infatti gli affianca Chick Corea e Herbie Hancock in alcune incisioni). Il vibrafonista mostra in queste incisioni tutta la sua capacità ritmica – ad esempio, improvvisa sul 7/4 con una facilità disarmante - ma anche tutta la sua conoscenza di modi e metriche di tutto il mondo, compresa l’Asia. Quando la sua fama è ormai internazionale, Tjader prova a essere imprenditore di se stesso e fonda una casa discografica insieme al chitarrista ungherese Gabor Zsabo e al compositore, arrangiatore e vibrafonista Gary McFarland. La cosa non dura molto e Tjader torna a lavorare nella sua amata California per la Concord, che ha una serie che si chiama Picante. La prima incisione per detta casa discografica è un ennesimo successo: La Onda Va Bien, ma il cocktail è il solito: grandi standard, magari riscritti a temi dispari, e brani di estrazione afro-cubana, brasiliana, caraibica e, occasionalmente, orientale. Di quest’ultimo periodo va sottolineata l’incisione di Heat Wawe, con Mark Levine al piano e la cantante Carmen McRae: la data è il 1982, l’anno in cui Tjader si spegne a Manila, dove era in tourneè, a meno di 57 anni, pare vittima di un incidente a cui era estraneo. L’eredità di Tjader è contesa fra Roy Ayers, Dave Pike, Bobby Hutcherson e Dave Samuels, ma di questo parleremo una altra volta. Restano un enorme numero d’incisioni che testimoniano un’arte superiore, che impiega e spesso anticipa tutti gli stilemi del jazz dalla metà degli anni Cinquanta all’inizio degli anni Ottanta: il modale, le misure dispari, il confronto con le altre culture, la ricomposizione degli standard e la composizione di originali impieganti nuove strutture.

Discografia essenziale

Il livello delle incisioni di Cal Tjader è alto, quindi in ognuna di essa c’è qualcosa d’interessante. Ma vanno sottolineate Monterey Concerts con Paul Horn al flauto, Willie Bobo alla batteria e Mongo Santamaria ai bongos; ovviamente il lavoro del 1958 con Stan Getz, che porta una data sbagliata (purtroppo Scott LaFaro perì nel 1961 e non poteva incidere il disco in questione nel 1963). Ancora, le tre incisioni con le cantanti Anita O’Day, Mary Stallings e Carmen McRae e tutte le serate bebop al Blackhawk di San Francisco, dove evidentemente era di casa. Per gli amanti del latin jazz c’è l’imbarazzo della scelta: propongo Los Ritmos Calientes, un’antologia della Fantasy.

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