Vintage: UFIP (I parte)

di redazione - accordiano DOC #116 | 10 April 2003 @ 12:35 |
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Di Biagio Francia
La storia dei piatti musicali italiani per batteria, fin dai primi passi, è stata legata a doppio filo con le sorti e le vicende della fabbrica pistoiese della UFIP (Unione Fabbricanti Italiani Piatti). L’intera produzione della UFIP si è sempre contraddistinta per la centralità del lavoro manuale. Luigi Tronci, presidente della UFIP, ama dire che “noi abbiamo a nostra disposizione due macchine, la nostra mano destra e la nostra mano sinistra”, e ancora che “il lavoro artigianale nobilita il suono del piatto, l’industrializzazione e l’uso intensivo di macchinari per produrre i piatti creano solo un appiattimento verso il basso della qualità del suono ed una pressoché completa omogeneizzazione dell’offerta”.


La UFIP ha avuto i suoi natali nel 1931 con “lo scopo di eliminare la concorrenza esistente tra le ditte italiane fabbricanti piatti musicali e tam-tams” e da subito proponeva “piatti musicali per banda e per jazz”, come è possibile verificare dai listini prezzi dell’epoca. Dobbiamo ricordare che agli albori della storia della batteria moderna i piatti erano utilizzati soltanto per sottolineare alcuni accenti musicali: la funzione di timekeeping era affidata alla cassa e al rullante. Solo in seguito, negli anni Trenta, con Papa Jo Jones e Gene Krupa il piatto ha cominciato ad avere un ruolo di primaria importanza. Nonostante questo scarso impiego iniziale, l’offerta era già all’epoca molto diversificata, poiché da catalogo era possibile acquistare piatti aventi un diametro tra gli 8 ed i 17 pollici. Erano disponibili inoltre anche dei piatti ‘Chinese’ e dei piatti ‘Charleston’. I piatti più richiesti, come si evidenzia anche da uno dei libri cult dell’epoca, Max on “Swing” di Max Bacon, erano quelli da dodici pollici. La UFIP inizialmente commercializzava gran parte della propria produzione - i 4/5 circa - all’estero: la domanda di piatti in Italia era frenata dall’avversione del regime fascista nei confronti del jazz e della cultura del Nuovo Mondo. Questi piatti venivano costruiti per conto di importanti fabbricanti di batterie, come per esempio la Premier e la Gretsch, e si presentavano con diverse tipologie di marchi che imitavano, nel nome e per carattere grafico, gli originali piatti turchi. Così piatti dal nome ‘esotico’ come Zinjian, Ajiah, Pasha erano in realtà piatti italiani costruiti presso la fabbrica della UFIP di Pistoia. Tutto questo perché i piatti ‘turchi’ rappresentavano la tradizione, ed erano garanzia di qualità.

Con la nascita e la crescita delle orchestre da ballo si diffonde, tra i batteristi, la necessità di disporre di piatti dal diametro più ampio, capaci di garantire un maggiore volume sonoro, e di piatti aventi caratteristiche musicali ben delineate. Tuttavia, solo dopo la seconda guerra mondiale farà la sua comparsa la distinzione tra piatti ride e crash. Si arriva così agli anni Sessanta: l’ingresso della Paiste sul mercato dei piatti musicali fa segnare una svolta epocale per tutto il settore, poiché inizia a tramontare il mito del piatto ‘turco’ e incomincia a farsi strada l’idea di un piatto diverso, con caratteristiche nuove. Queste nuove opportunità consentono all’UFIP di immettere dei piatti marchiati con lo stesso logo della fabbrica pistoiese: nasce così la serie Standard. Parallelamente a tale serie la UFIP vende i propri piatti negli Stati Uniti con il nome di Atlas e Kashan; tutti questi piatti sono costruiti utilizzando la lega di bronzo B20 (composta cioè dal 20% di stagno e per il restante 80% da rame, la lega più pregiata per la fabbricazione dei piatti ed anche la più usata dai diversi produttori per le linee professionali).

Nel 1968 l’UFIP sostituisce la serie Standard con la gloriosa serie Ritmo, che cederà il passo solo agli inizi degli anni Novanta. Nel 1975 la serie Ritmo viene affiancata dalla Solid Ride, ottenuta dopo anni di ricerca e di proficua collaborazione con il batterista svizzero Pierre Favre (quest’ultima serie già nella metà degli anni Ottanta era disponibile nella versione Brilliant). In seguito fu immessa anche la serie Tiger, che si caratterizzava per l’accattivante aspetto con cui si presentava (multi-colorata), nata dal lavoro di Roberto Spizzichino (che a metà degli anni Ottanta lascerà l’UFIP per dare vita alla Spizz). Un altro tassello fondamentale per lo sviluppo dei piatti italiani è costituito dal brevetto del ‘Rotocasting System’ acquisito dalla fabbrica pistoiese, un’innovazione tecnologica introdotta a partire dal 1977, che ha consentito l’ottenimento di un prodotto finito di livello qualitativo molto elevato. Continua…

 

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