Di Luca LucianoC’è stato un periodo in cui la ricerca di un suono più potente, e magari di un look atipico, ha dato luogo a batterie costruite in plexiglas o fibra di vetro. Oggi voglio parlarvi proprio dei nomi, più o meno famosi, sopravvissuti e non, che si sono cimentati nella produzione di questi tamburi. È passato molto tempo da quando Ginger Baker nel ’61, con fiamma ossidrica e lastre di plexiglas, costruì il primo set in quel materiale.

Inizio col ricordarvi che uno dei nomi più famosi, la Ludwig, ha in passato prodotto queste batterie in versione soprattutto trasparente, di diversi colori, e a fasce che si combinavano nei colori e nei pattern (posizionate in verticale, orizzontale o in obliquo). Sto parlando delle leggendarie Vistalite, oggi reintrodotte dalla casa in versione trasparente e chiara nelle sole misure di 12”, 13”, 16”, cassa da 22” e rullante da 14” (potete trovare la lunga storia delle Ludwig Vistalite nel numero 123 di Percussioni, del novembre 2001). Bill Zickos però, costruttore delle omonime batterie, sostiene di essere stato lui il primo a costruire un set del genere. Bill Ludwig II, all’inizio degli anni ’70, gli offrì un milione di dollari per evitare questioni legali e per avvalersi anche della sua collaborazione. Zickos rifiutò, sicuro che le sue batterie avrebbero conquistato il mondo, ma la Ludwig rimase il marchio egemone in questo settore di mercato. La Zickos è rinata da poco e propone set di diversissimi colori con meccaniche innovative.
In realtà Zikos non solo non fu il primo ad utilizzare tale materiale, come testimoniano i set Ludwig del ’67 con rinforzi d’acero, ma fu anticipato anche dalla Fibes, nata nella metà degli anni ‘60 da Bob Grauso, batterista professionista, e John Morena, esperto in materiali composti. I blocchetti tendipelle della Fibes avevano una particolare forma a diamante ed erano detti diamond shape appunto. La casa fu venduta alla ditta Martin, quella delle chitarre, che fu protagonista tuttavia di una pessima gestione. Macchinari e brevetti furono quindi acquistati prima da Jim Corder, che creò la Corder Drums, e successivamente dalla Darwin di Sammy Darwin. Fu infine un impiegato della Darwin, Thomas Robertsonn, a comprare nel 1994 l’azienda e poi il marchio Fibes dalla Martin. I set Fibes furono utilizzati, tra gli altri, da Billy Cobham (come potete vedere nell’album Spectrum) e da Nick Mason dei Pink Floyd. Oggi la Fibes si presenta con batterie in fiberglass, chiamate Clear e Color Crystalite, e una linea con fusti in legno prodotta dalla Jasper, la stessa casa fornitrice della Gretsch.

Un’altra casa produttrice fu la canadese Tempus, nata nel 1985 e chiusa nel 1991 a causa della recessione, il costo del petrolio e norme commerciali sfavorevoli. Anche questo nome fu accompagnato per un breve periodo da quello di Cobham, probabilmente in cerca di fusti dalle sonorità potenti. Oggi il presidente, Paul Mason, ha riaperto la ditta e usufruisce dell’aiuto di un’altra casa canadese costruttrice di batterie, la Dunnet.
Ma altre due case costruttrici hanno fatto la storia delle batterie in fibra per la forma dei loro fusti; la North e la Staccato. La North nacque nel 1971 negli Stati Uniti. I fusti erano cilindrici, ma da un certo punto si curvavano di circa 90 gradi, fino a prendere la forma di lunghe corna (horn drums, appunto). Roger North, boss della ditta, giustificava questa forma particolare sostenendo che consentiva un aumento del volume e delle frequenze basse. I set North erano corredati da un efficiente rack per posizionare i tom. Forma simile avevano i set Staccato, nati nel 1977 in Inghilterra dalla mente di Pat Townsend. I tamburi erano simili ai North, ma presentavano un allargamento verso la base e un rialzo a becco sulla parte superiore. Diversa era la cassa, che tendeva ad incurvarsi poco dopo la pelle battente, e finiva con due aperture simmetriche. La costruzione dei set passò in mano al batterista rock Cris Slade nei primi anni ’80. Le prime batterie avevano blocchetti circolari tipo Hayman, ma sotto la gestione della canadese Ayotte furono dotate di blocchetti della casa, quindi con la possibilità di sganciarli per cambiare la pelle senza perdere l’accordatura.
Anche i primi set della Arbiter, gli Autotune, erano in fiberglass. Questi tamburi avevano un sistema di accordatura molto singolare: il funzionamento era quello dei tappi che si avvitavano sui vasetti di marmellata.
Anche le francesi Orange e ASBA, quest’ultima apprezzata per i suoi pedali per cassa, costruirono batterie in perspex, ovvero plexiglas.
Vi cito anche le italiane Daldoss e Vitrex. E ancora, la britannica Shaftesbury, la Dragon, i cui octoban trasparenti e tagliati in obliquo furono utilizzati da Bruford degli Yes, la Stingray, con i tom che cambiavano di colpo direzione, e la cui forma quindi incorporava un angolo retto, la Milestone, dal look molto simile alla Tempus, e i set della Impact, casa che produce custodie, ma anche set con concert tom dalla parte inferiore tendente alla forma quadrata e un’apertura al lato che ne permette un’impugnatura più comoda e una diversa possibilità di ripresa sonora. Per completezza vi ricordo infine alcuni nomi di cui abbiamo già parlato e che hanno prodotto set in acrilico: Hipercussion, Wooding, Sonor, Tama, Pearl, Slingerland, Hayman, Premier.