Vintage giapponese: Tama (II parte)

di redazione - accordiano DOC #116 | 15 April 2004 @ 17:55 |
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Di Luca Luciano
Nel ‘78 apparirono i gong drums, ovvero tom con blocchetti progettati per alloggiare pelli di un pollice in più rispetto al diametro dei fusti, e i gong bass drums, casse sospese dotate degli stessi blocchetti nei diametri di 20 e 22 pollici. Nel ’79 furono introdotti i reggitom a sfera, e nell’80 venne estesa la gamma dei rullanti, proponendone in bronzo e palissandro. Furono proposte anche nuove finiture, e il catalogo divenne ricco di combinazioni di tamburi Tama, soprattutto in versione Concert Tom, ossia tom a pelle singola.

 

Il 1981 fu l’anno degli X-tras Shells, set con tom di un pollice di lunghezza in meno rispetto al diametro, e con casse da 22 e 24 con profondità di 16 pollici. Tali misure avrebbero fatto tendenza (allora la profondità normale delle casse era infatti 14 pollici). Nell’83 apparve l’Artstar, set in betulla dal look elegante ed esotico, grazie a una finitura esterna e interna chiamata Cordia, un legno pregiato del Sud America. Queste batterie erano dotate di blocchetti lunghi, ovvero a tutto fusto, e reggitom Omnilock, cioè a sfera e dotati di un meccanismo a pressione per il fissaggio, e la stessa idea era applicata sulla rinnovata linea hardware Titan. Nell’84 la Tama propose il suo primo doppio pedale (fu la prima casa a lanciarlo sul mercato come accessorio rilevante) e la batteria elettronica Techstar. Ormai Tama era diventata una casa fra le più rinomate, e annoverava endorser bravi e famosi come Stewart Copeland, Simon Phillips, Terry Bozzio, ma soprattutto Billy Cobham. La strada del rock era decisamente intrapresa, e infatti erano soprattutto batteristi di quel genere ad apprezzare il nome. Ma nella lista di sponsorizzati Tama erano presenti anche batteristi di jazz come Elvin Jones e Lenny White. Nell ’86 la casa attuò una sorta di lifting, progettando il design dei suoi tamburi con le linee professionali Artstar II, Granstar e Crestar. La prima linea, lo state of the art della casa, era in acero, e si allineava quindi alla scelta dei produttori americani. Inizialmente era offerta solo laccata in bianco o nero, con blocchetti a tutto fusto a forma triangolare allungata. La Crestar era in betulla giapponese, aveva blocchetti singoli della stessa forma della sorella maggiore, ed era laccata in quattro colori, nero, bianco (fusti con laccatura interna) e due tipi di rosso (con interno naturale). La Granstar era sempre in betulla, ma rivestita in materiale plastico, con colori che andavano dal nero al rosa. Tutte e tre le linee proponevano il tom con diametro da undici pollici, misura adesso fuori dal mercato. In quell’anno fu anche presentato il rullante One-Way Lug; quest’ultimo era un tamburo dotato del meccanismo Galdstone degli anni ’40, che permetteva di accordare la pelle risonante dal blocchetto della pelle superiore e, utilizzando il lato adatto della chiave, di accordare entrambe contemporaneamente. Due anni dopo la Tama presentò un rullante con 11 chiavi per lato, (numero dispari come i tom più piccoli della Gretsch), sostenendo che in tale maniera si otteneva un suono più omogeneo. Negli anni a venire la Crestar fu dismessa, e la Artstar II fu proposta in altri colori, mentre Granstar fu denominata Granstar II, in seguito alla laccatura e all’adozione dei blocchetti lunghi. Il 1994 vide l’introduzione della Starclassic… Ma questa è storia dei giorni nostri, una storia breve, ma fitta di innovazioni. Sicuramente uno dei maggiori contributi allo sviluppo dell’hardware.

 

Risorse
Vintage giapponese: Tama (I parte)



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